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Liberare la Pratica
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Individuazione

l'ego come processo

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> Amoda Maa

Parte 1
 

Spesso si parla dell’ego come di una “cosa”, una parte di noi: radicata nella mente, localizzata da qualche parte nel cervello. In questo senso, viene percepito come una forma. Dov’è? Come può essere identificato? Come posso liberarmene? Eppure, l’ego non è una forma: è un processo. È un processo continuo che diventa parte del nostro sistema operativo, del nostro stato predefinito. È un processo di interpretazione e di interferenza con la nostra esperienza. Qui inizia la possibilità di un rapporto trasformativo con l’ego.
 

L’interpretazione è una divisione della nostra esperienza. È la mente che si scinde, compartimentalizza e categorizza sulla base del nostro condizionamento. È un processo, nel regno orizzontale, di separazione, in questo o in quello, in opposti con un continuum nel mezzo. A un estremo il male, all’altro la benevolenza: male e bene, oscurità e luce,  sbagliato e giusto. Una struttura dualistica. La nostra esperienza viene interpretata lungo questo continuum, la catturiamo e la definiamo, le diamo un nome come piacevole o spiacevole, gradita o sgradita.
 

L’interpretazione di un’esperienza sgradita, spiacevole o negativa assume spesso l'espressione di un rifiuto: “Questo non dovrebbe accadere. Questo non dovrebbe succedere a ME. Non lo voglio. Non mi piace. Non l’ho chiesto.”
 

Quando interpretiamo un’esperienza, attiviamo anche un meccanismo di interferenza. Se emerge un sentimento intenso — rabbia, tristezza o furia — esso è spesso accompagnato dalla strategia di reprimerlo o sopprimerlo, anziché viverlo pienamente. Quando veniamo feriti, nasce un impulso naturale ad agire, nascondendo o negando ciò che percepiamo come disturbante, l’azione stessa prodotta dall’ego. Quando questa risposta diventa una posizione psicologica predefinita, perde la sua funzione adattiva e diventa inappropriata e malsana. La sua principale forza energetica è la resistenza, che genera tensione e confusione, aprendo la porta alla sofferenza.

In questo senso, i processi di interpretazione e interferenza costituiscono i mattoni fondamentali della formazione dell’ego. La formazione inizia quando interpretazione e interferenza cominciano a costruire un’impalcatura emotiva e mentale, tenuta insieme da convinzioni come: “Non devo sentire questo. Non voglio sentire questo. È sbagliato. Questo è inaccettabile.” Così sviluppiamo un repertorio di strategie per evitare, proteggerci, difenderci o attaccare, nel tentativo di creare un confine “sicuro”.

E con questo, c’è l’identificazione con l’esperienza e il suo contenuto.

L’ego è dunque un processo psicologico: il movimento della mente che interpreta e interferisce con l’esperienza. Da questo movimento prende forma la nostra identità. Non abbiamo bisogno di eliminare l’ego; siamo piuttosto invitati a osservarne il funzionamento. In questa osservazione risiede la possibilità di riposare nel presente, senza interpretazione né interferenza. E in quell’istante, il processo egoico si interrompe.

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